Home Biografia IX - mafia e Vangelo
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Capitolo IX
mafia e Vangelo

lenzuolo250La mafia e il Vangelo sono incompatibili. Oggi può sembrare una affermazione ovvia, ma così non era negli anni Cinquanta e Sessanta. In Sicilia non tutti i sacerdoti, non tutti i vescovi avvertirono per tempo come il male si stesse annidando nei gangli vitali della società. Molti storici, anche di parte ecclesiale, parlano di una “sottovalutazione”, se non di una “coabitazione”, andata avanti per decenni, con i boss impegnati in una funzione di pacificazione sociale delle campagne e di controllo del voto in chiave anti-comunista che non dispiacque a molti esponenti della comunità cattolica.

L’anatema del Papa, la morte di don Puglisi segnano un punto di non-ritorno, una eredità preziosa, messa nero su bianco in un documento del maggio ’94 dai vescovi siciliani: “Tale incompatibilità con il Vangelo è intrinseca alla mafia per se stessa, per le sue motivazioni e per le sue finalità, oltre che per i mezzi adoperati. La mafia appartiene, senza possibilità di eccezione, al regno del peccato e fa dei suoi operatori altrettanti operai del Maligno. Per questa ragione tutti coloro che, in qualsiasi modo deliberatamente, fanno parte della mafia o a essa aderiscono o pongono atti di connivenza con essa, debbono sapere di essere e di vivere in insanabile opposizione al Vangelo di Gesù Cristo e, per conseguenza, di essere fuori della comunione della sua chiesa”.

Dopo questa inequivocabile e assoluta condanna religiosa, i vescovi proponevano il modello di azione pastorale sul territorio di don Puglisi come traguardo per tutti i sacerdoti. Alla fine del ’94 anche la Chiesa di Palermo elaborava un proprio documento di svolta nella lotta contro la mafia: il testo ricordava l’impegno a “non dimenticare Giovanni Falcone, Paolo Borsellino e a ricordarli come nostri familiari, per noi caduti”.

Di fronte a una società cristiana solo formalmente, il documento rammentava a tutto il clero le costanti dell’impegno di don Puglisi: “Bisogna costruire una Chiesa viva, fatta di credenti più che di praticanti”; “occorre una pastorale d’insieme sul territorio”; bisogna “purificare tutte le espressioni della devozione popolare, rianimando di valori cristiani le processioni, sciogliendo comitati di festa religiosa dove prevale l’interesse economico” e “vigilare affinché si eviti ogni possibile collateralismo tra realtà ecclesiali ed uomini e partiti politici”. Occorre “rendere in ogni modo protagonisti i poveri, evitando ogni forma di marginalità ed emarginazione”.

Durante il Giubileo del 2000 il nome di Puglisi è stato inserito nella lista ufficiale vaticana dei “testimoni della fede”, il cui sangue ha tristemente irrorato il Novecento.

Infine, dopo aver rifiutato di costituirsi parte civile nel processo penale – con una decisione che alla fine del ’95 suscitò non poche polemiche e pesanti accuse da parte del pm Lorenzo Matassa – la Chiesa di Palermo ha avviato le procedure per il riconoscimento del martirio. Trascorsi i cinque anni canonici dalla morte, l’annuncio (dicembre ’98) è stato dato dal cardinale Salvatore De Giorgi, che ha fortemente creduto in questo “processo”. Si è insediata una commissione che ha riunito i testimoni e raccolto numerosi documenti: la fase diocesana del processo si è conclusa il 6 maggio del 2001, l’incartamento è poi passato all’esame della Congregazione per le cause dei Santi in Vaticano. Nell'agosto 2010 il Cardinale Paolo Romeo ha nominato il nuovo postulatore, mons Vincenzo Bertolone.
A giugno del 2012 la Congregazione ha dato l'assenso finale alla promulgazione del decreto per il riconoscimento del martirio di don Puglisi. Il 25 maggio 2013 la beatificazione allo stadio Barbera di Palermo.

Ma, prima ancora di diventare santo, "3P" rischia di diventare un "santino", di subire una imbalsamazione, un brusco allontanamento dalla vita dei fedeli? Ha scritto don Francesco Michele Stabile, coordinatore della commissione diocesana per il riconoscimento del martirio ("La Comunità", aprile 1999):
"Qualcuno potrebbe pensare che la beatificazione allontanerebbe Puglisi dalla vita comune, favorendo una sua mitizzazione che accentuerebbe processi di ritualizzazione devota, anziché renderlo modello di imitazione e di testimonianza. Consapevole di questo, ritengo che in questa nostra terra di Sicilia il riconoscimento ecclesiale di questo martirio abbia invece valore di segno e costituisca una svolta verso una pietà popolare orientata alla esemplarità evangelica. Al modello taumaturgico tradizionale dobbiamo accostare i modelli dei martiri della carità, della giustizia, della pace, del servizio all'uomo e alla città".

In conclusione, in una prospettiva di fede (e pur nel rispetto di quanti, con spirito laico, guarderanno con diffidenza a queste riflessioni), cosa è il martirio cristiano? E’ un particolare modo di morire, il compimento e il coronamento di una esistenza tutta ispirata all’emulazione del Cristo fin nelle sofferenze del Calvario. Il morire da martire per amore dell’uomo (“Nessuno ha un amore più grande di questo, dare la vita per i propri amici” scrive l’evangelista Giovanni),  per amore della Verità, è il carisma eccelso che assimila definitivamente al Cristo.

Il mistero che porta in sé questa morte è allora l’imperscrutabile progetto di Dio che ha permesso il compiersi di un piano criminoso. Per trarre anche dal male, volontariamente ideato e portato a termine dagli uomini, un sigillo soprannaturale segno di salvezza.

Secondo questa visione, il delitto Puglisi non è stato solo frutto di una brutale, incomprensibile violenza contro un uomo inerme che sorride. Ma un segreto di vita, un dono sconvolgente di purificazione attraverso il quale Dio ha parlato, ha provato e ha provocato tutta la comunità.

Con l'accertamento del martirio, la Chiesa non ha avuto bisogno di constatare miracoli o guarigioni da attribuire a don Puglisi per includerlo nel novero dei beati. La manifestazione dello Spirito Santo, qui e ora, nella Palermo di oggi, sarà  quello sparo: con un paradosso da vertigine l’ortodossia del magistero cattolico affida proprio al segno dell’apparente resa il messaggio, il “kèrygma”, l’annuncio di fede rigeneratore. Il seme divino che entra nella storia dell’uomo. 

E se la Chiesa, tutta la Chiesa - al di là dei documenti -,  saprà fare propria questa lezione, allora – per davvero – la figura del piccolo prete di Brancaccio, caduto sotto i colpi della violenza omicida,  non porterà più su di sé i segni cruenti della sconfitta, ma le stimmate di una dignità feconda, carica della forza della risurrezione.
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3P in foto...

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