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Capitolo VI
Il discepolo

3P_sacerdote_151"Me l'aspettavo", disse padre Puglisi ai killer. E fu per loro il suo ultimo sorriso. Se l'aspettava, con la consapevolezza di un condannato a morte che ha trascinato la sua croce fin sulla cima del monte.

Gli ultimi mesi di "3P" a Brancaccio sono segnati da una "escalation" di minacce e avvertimenti contro di lui e i suoi collaboratori. Ripercorrere quei giorni serve anche a ricordare le sue risposte, quello stile di fermezza interiore e sconfinata pazienza, l'umiltà coraggiosa e l'intolleranza verso ogni ombra di ambiguità e compromesso.

Per il 23 maggio 1993, primo anniversario della strage di Capaci, in cui fu ucciso Giovanni Falcone, padre Pino organizza una marcia nel quartiere. Tutti hanno ancora nelle orecchie l'eco delle parole pronunciate pochi giorni prima, il 9 maggio, da Giovanni Paolo II ad Agrigento, l'anatema contro la mafia: "Dio ha detto una volta: non uccidere. Non può l'uomo, qualsiasi uomo, qualsiasi umana agglomerazione, mafia, non può cambiare e calpestare questo diritto santissimo di Dio. Questo popolo siciliano è un popolo talmente attaccato alla vita...non può vivere sempre sotto la pressione di una civiltà contraria, di una civiltà della morte. Qui ci vuole una civiltà della vita. Nel nome di Cristo crocifisso e risorto, di questo Cristo che è Via, Verità e Vita, mi rivolgo ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio!". Meditando su quell’intervento, raccontano alcuni testimoni, Puglisi “si sentì interpellato dalle parole del Papa in prima persona e come invitato a continuare il cammino a Brancaccio con un nuovo impulso e con pieno fervore”.

Ma la marcia per Giovanni Falcone scatena la reazione dei boss del quartiere. Alla vigilia della manifestazione, il 22 maggio, arrivano a San Gaetano, in pieno giorno,  alcuni giovani su moto di grosse cilindrata. Lanciano bombe molotov. Le fiamme distruggono il furgone della ditta che sta restaurando la chiesa (era crollato il soffitto) e un alberello davanti al portone. La marcia si tiene ugualmente, anche se la partecipazione della gente, impaurita, è scarsa.

Nella notte tra il 29 e il 30 giugno vengono incendiate le porte di casa di tre volontari (Giuseppe Martinez, Mario Romano e Giuseppe Guida) che fanno parte dell'Intercondominio, un'associazione a-partitica che combatte insieme con "3P" le battaglie per i diritti civili di Brancaccio, in primo luogo la scuola media. Un'altra delle richieste ricorrenti rivolte al Comune e alla prefettura riguarda gli scantinati di via Hazon 18 (uno dei palazzi che ospita gli sfrattati), utilizzati dai clan per fruttuosi traffici illeciti e combattimenti di cani.

L'incendio delle porte viene denunciato alla polizia, ma nessuno prende provvedimenti a tutela della comunità. Del resto "3P" non avrebbe mai chiesto una scorta, per evitare di esporre al rischio altri innocenti.

Per il 25 luglio, domenica, padre Pino organizza un'altra manifestazione, stavolta per ricordare Paolo Borsellino. Di mattina, dall'altare, pronuncia
l'omelìa più dura: "La Chiesa ha già colpito con la scomunica chi si è macchiato di atroci delitti come i cosiddetti uomini d'onore. Io posso soltanto
aggiungere che gli assassini, coloro che vivono e si nutrono di violenza hanno perso la dignità umana. Sono meno che uomini, si degradano da soli, per le loro scelte, al rango di animali
".

Ai parrocchiani "3P" spiega: "Non è da Cosa Nostra che potete aspettarvi un futuro migliore per il vostro quartiere. Il mafioso non potrà mai darvi una scuola media per i vostri figli o un asilo nido dove lasciare i bambini quando andate al lavoro".

Poi si rivolge ancora agli aggressori, cercando l'estremo tentativo di dialogo: "Mi rivolgo anche ai protagonisti delle intimidazioni che ci hanno bersagliato. Parliamone, spieghiamoci, vorrei conoscervi e conoscere i motivi che vi spingono ad ostacolare chi tenta di educare i vostri figli alla legalità, al rispetto reciproco, ai valori della cultura e della convivenza civile.

"Perché non volete che i vostri bambini vengano a me? Ricordate: chi usa la violenza non è un uomo. Noi chiediamo a chi ci ostacola di riappropriarsi dell'umanità. "E comunque facciamo sentire la nostra solidarietà a coloro che sono stati colpiti. Andiamoli a trovare a casa, rimaniamo uniti. Abbiamo avuto la conferma che tutto ciò voleva essere un avvertimento per il nostro operato. Ma noi andiamo avanti. Perché, come diceva San Paolo, se Dio è con noi, chi sarà contro di noi?".

La manifestazione del pomeriggio si risolve in una grande festa, alla quale partecipa pure Rita Borsellino, sorella del magistrato ucciso in via D'Amelio. Ma alcuni dei componenti del servizio d'ordine vengono minacciati da giovani in moto. E il giorno dopo Tony, uno dei ragazzi della parrocchia, riesce a sfuggire per un soffio ad un pestaggio. Gli urlano: "Dicci 'o parrinu chinn'havi a fari travagghiari in paci" (Digli al prete che ci deve lasciare lavorare in pace). "3P" prende il giovane sotto braccio e fa con lui una lunga passeggiata per via Brancaccio, in modo da farsi vedere da tutti. Poi gli confida di aver ricevuto “minacce anche lui, per telefono e attraverso lettere anonime”.

Negli ultimi mesi padre Pino vieta agli amici di andarlo a trovare a casa, soprattutto nelle ore serali. Cerca di fare da "parafulmine" per proteggere i collaboratori, ai quali dice: "Il massimo che possono farmi è ammazzarmi. E allora?". E a suor Carolina che lo invita alla prudenza spiega: “Non ho paura di morire se quello che dico è la verità”. Un giorno trova gli pneumatici dell’auto bucati con un punteruolo, un altro si presenta in parrocchia con un labbro spaccato. A tutti coloro che, preoccupatissimi, gli chiedono spiegazioni, si limita a dire: “Sarà colpa di un herpes…”. Così era 3P: agiva senza tenere in considerazione la presenza opprimente della mafia, semplicemente non ne riconosceva il potere. Intraprendeva iniziative alla luce del sole, non seguendo le regole degli “uomini d’onore”. E invitava la gente a riappropriarsi, allo stesso modo, della libertà. Alla maniera di Gesù poteva dire: “La verità vi farà liberi”.

Il 14 settembre, dedicato all'Esaltazione della Croce, "3P" celebra a Boccadifalco, dove da tre anni assiste le ragazze madri ospitate dalla "Casa Madonna dell'Accoglienza". Nell'omelia, intensa e semplicissima, spiega il "sudar sangue" di Cristo: "Quando noi abbiamo paura o proviamo una sensazione intensa di calore, scattano le contrazioni sotto la pelle. Lì ci sono come delle borsette piene che si svuotano e fanno uscire il sudore. Ma quando la contrazione è più forte, perché la paura è diventata angoscia insopportabile, si rompono i capillari. Ecco perché si dice che Cristo sudò sangue... Sudò sangue per la paura umana del dolore che l'attendeva. E questo ce lo fa sentire ancora di più come fratello. Da questo abbiamo conosciuto l'amore di Dio. Egli ha dato la sua vita per noi e anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli".

"E' difficilissimo morire per un amico, ma morire per dei nemici è ancora più difficile. Cristo però è morto per noi quando noi eravamo ancora suoi nemici. Dio ci rimane sempre accanto, è la costanza dell'amore fino all'estremo limite, anzi senza limiti. Ecco il motivo della nostra gioia".

Il giorno in cui l'ammazzarono, il 15 settembre, giorno del 56° compleanno, fu denso di appuntamenti. Di mattina un incontro al Comune per chiedere ancora una volta la scuola media, due matrimoni. Di pomeriggio, a San Gaetano, i colloqui con le famiglie per la preparazione al battesimo. Poi una riunione con i collaboratori per discutere i dettagli di una visita a Brancaccio della commissione Antimafia. Di sera, una telefonata e, con la sua Uno rossa, l'ultima corsa verso casa, verso una morte annunciata.

Nell'agosto del '91 partecipando ad un convegno di "Presenza del Vangelo" a Trento, "3P" aveva tenuto una relazione sui "Testimoni della speranza".

"Il discepolo è testimone - scriveva - soprattutto testimone della resurrezione di Cristo... Certo, la testimonianza cristiana è una testimonianza che va incontro a difficoltà, una testimonianza che diventa martirio, infatti testimonianza in greco si dice "martyrion". Dalla testimonianza al martirio il passo è breve, anzi è proprio questo che dà valore alla testimonianza. San Matteo ci riferisce le parole di Cristo: "Sarete felici quando vi perseguiteranno e mentendo diranno ogni sorta di male di voi per causa mia; rallegratevi ed esultate perché grande è la vostra ricompensa nei cieli". Per il discepolo testimone è proprio quello il segno più vero che la sua testimonianza è una testimonianza valida... Ricordate San Paolo: "Desidero ardentemente persino morire per essere con Cristo". Ecco, questo desiderio diventa desiderio di comunione che trascende persino la vita, che va al di là della vita stessa, anzi quasi può sembrare una porta chiusa da aprire, per potere aprirsi a questo splendore di comunione con Lui."
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3P in foto...

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