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Capitolo I
Ascolto

volto_3p_10Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e scherzare anche su se stesso. Come il lupo a Cappuccetto Rosso, padre Pino Puglisi spiegava che le orecchie grandi gli servivano ad ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con piu' tenerezza, i piedi grandi per camminare veloce e soddisfare subito le richieste di aiuto. "E quella testa pelata?", domandavamo, impertinenti, noi ragazzi del ginnasio. E lui concludeva, passandosi una mano sulla calvizie: "Per riflettere meglio la luce divina...".

La prima volta che entrò nella baraonda della classe aveva uno scatolone vuoto sotto il braccio. In silenzio, lo posò per terra. E mentre noi, azzittiti, lo guardavamo, lo pestò con un piede. "Avete capito chi sono io?", domandò. "Un rompiscatole", concluse sorridendo.

Era stonato, ma non rinunciava a cantare. Dava appuntamenti e arrivava puntualmente in ritardo.  Soffriva di gastrite e mangiava lo stesso scatolette, pur di sbrigarsi. Diceva “la benzina è il mio pane”, perché preferiva riempire il serbatoio della sua auto (usata) piuttosto che il frigorifero. Per poter accorrere dovunque, anche di notte. Poi, preso dalla fretta e da mille pensieri, perdeva le chiavi, era sbadato, guidava da far paura, agli incroci dimenticava le precedenze. Si alzava all’alba per pregare e, alla fine della giornata, esausto si addormentava sulla poltrona mentre leggeva.

Era un prete senza conto in banca, con le tasche vuote e la casa (popolare) piena di libri di filosofia e psicologia. Donava tutto il suo tempo agli altri e aveva lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzavano acqua dappertutto. Gli proposero gli incarichi più gravosi, scartati da tutti, e lui li accettò. Poi gli offrirono chiese ricche, posti di prestigio, e lui li rifiutò: “Non sono all’altezza, rimango qui tra i poveri”, disse. Andava alle riunioni ecclesiali e si sedeva in ultima fila. Era un intellettuale raffinato, ma non lo faceva capire a nessuno. Invece di esibirsi in dotte citazioni ai convegni, parlava in dialetto con gli operai. Lo chiamavano monsignore e lui rispondeva: “Dillo a tuo padre”. Anzi: “A to patri”.

L’ho conosciuto tra i banchi all’ora di religione. Entrava in classe infreddolito nel suo immutabile, logoro giubbotto blu, e in quindici anni credo di non averlo mai visto con un cappotto. Bassino, esile, orecchie a sventola, camminava a piccoli passi con le scarpe enormi. Si faceva chiamare “3P”, dalle iniziali di padre Pino Puglisi. Prima di lui arrivava il suo sorriso. Parlava piano, cercando con difficoltà le parole giuste. Ma, quando ti ascoltava, per lui nell’universo esistevi solo tu.

Sotto le sue ali siamo cresciuti io e Maria, la compagna di classe che è diventata mia moglie. Lui ci ha seguiti dalla cresima al matrimonio, quando diventò parroco noi lo seguimmo fino a Brancaccio. Per dargli una mano e forse anche un segno di conforto con una presenza amica tra tanti volti sconosciuti. Ci annunciò il suo nuovo incarico con una battuta: “Sono diventato il parroco del Papa”. Perchè la casa di Michele Greco, detto il Papa della mafia, faceva parte della sua parrocchia.

Nacque il nostro primo figlio, Emanuele, e “3P” ripeteva: “Dobbiamo battezzarlo subito, dobbiamo battezzarlo subito”. Lo disse anche l’ultima domenica prima del delitto, l’ultima volta che l’abbiamo visto vivo. Noi non capivamo il motivo di tanta fretta, lui ormai sapeva che non gli restava molto tempo, appena una manciata di giorni in quel caldo settembre del 1993.

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Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e

scherzare anche su se stesso. Come il lupo a Cappuccetto Rosso, padre Pino Puglisi

spiegava che le orecchie grandi gli servivano ad ascoltare meglio, le mani grandi per

accarezzare con piu' tenerezza, i piedi grandi per camminare veloce e soddisfare subito le richieste di aiuto. "E quella testa pelata?", domandavamo, impertinenti, noi ragazzi del ginnasio. E lui concludeva, passandosi una mano sulla calvizie: "Per riflettere meglio la luce divina...".

La prima volta che entrò nella baraonda della classe aveva uno scatolone vuoto sotto il braccio.

In silenzio, lo posò per terra. E mentre noi, azzittiti, lo guardavamo, lo pestò con un piede.

"Avete capito chi sono io?", domandò. "Un rompiscatole", concluse sorridendo.

Era stonato, ma non rinunciava a cantare. Dava appuntamenti e arrivava

puntualmente in ritardo. Soffriva di gastrite e mangiava lo stesso scatolette, pur di sbrigarsi. Diceva “la benzina è il mio pane”, perché preferiva riempire il serbatoio della sua auto (usata) piuttosto che il frigorifero. Per poter accorrere dovunque, anche di notte. Poi, preso dalla fretta e da mille pensieri, perdeva le chiavi, era sbadato, guidava da far paura, agli incroci dimenticava le precedenze. Si alzava all’alba per pregare e, alla fine della giornata, esausto si addormentava sulla poltrona mentre leggeva.

Era un prete senza conto in banca, con le tasche vuote e la casa (popolare) piena di libri di filosofia e psicologia. Donava tutto il suo tempo agli altri e aveva lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzavano acqua dappertutto. Gli proposero gli incarichi più gravosi, scartati da tutti, e lui li accettò. Poi gli offrirono chiese ricche, posti di prestigio, e lui li rifiutò: “Non sono all’altezza, rimango qui tra i poveri”, disse. Andava alle riunioni ecclesiali e si sedeva in ultima fila. Era un intellettuale raffinato, ma non lo faceva capire a nessuno. Invece di esibirsi in dotte citazioni ai convegni, parlava in dialetto con gli operai. Lo chiamavano monsignore e lui rispondeva: “Dillo a tuo padre”. Anzi: “A to patri”.

L’ho conosciuto tra i banchi all’ora di religione. Entrava in classe infreddolito nel suo immutabile, logoro giubbotto blu, e in quindici anni credo di non averlo mai visto con un cappotto. Bassino, esile, orecchie a sventola, camminava a piccoli passi con le scarpe enormi. Si faceva chiamare “3P”, dalle iniziali di padre Pino Puglisi. Prima di lui arrivava il suo sorriso. Parlava piano, cercando con difficoltà le parole giuste. Ma, quando ti ascoltava, per lui nell’universo esistevi solo tu.

Sotto le sue ali siamo cresciuti io e Maria, la compagna di classe che è diventata mia moglie. Lui ci ha seguiti dalla cresima al matrimonio, quando diventò parroco noi lo seguimmo fino a Brancaccio. Per dargli una mano e forse anche un segno di conforto con una presenza amica tra tanti volti sconosciuti. Ci annunciò il suo nuovo incarico con una battuta: “Sono diventato il parroco del Papa”. Perchè la casa di Michele Greco, detto il Papa della mafia, faceva parte della sua parrocchia.

Nacque il nostro primo figlio, Emanuele, e “3P” ripeteva: “Dobbiamo battezzarlo subito, dobbiamo battezzarlo subito”. Lo disse anche l’ultima domenica prima del delitto, l’ultima volta che l’abbiamo visto vivo. Noi non capivamo il motivo di tanta fretta, lui ormai sapeva che non gli restava molto tempo, appena una manciata di giorni in quel caldo settembre del 1993.

 

3P in foto...

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